Ozersk: la città più radioattiva al mondo

L’industria pesante sovietica ha creato durante il suo operato dei luoghi infernali, dove l’inquinamento raggiunge livelli mostruosi, al di fuori da qualunque metro di confronto. Parecchi dei siti più inquinati della Terra si trovano in Russia ma uno di essi risulta più preoccupante degli altri, per via della sinistra e unica forma di inquinamento che ospita. Si tratta di Ozersk, il luogo più radioattivo della terra.

Ozersk si trova nell’oblast di Celjabinsk, nella regione degli Urali, al confine tra la Russia Europea e la Russia Asiatica ( o Siberia). Quest’area, così come quasi tutte le terre ad est del Volga era abitata un tempo da popolazioni locali ( in quest’area i baschiri, popolazione turchica) e venne conquistata dall’Impero Russo nel sedicesimo secolo. Solo durante il diciottesimo secolo la regione fu però interessata da un’intensa colonizzazione russa. In pochi anni gli Urali, grazie a ricchezze minerarie incalcolabili (vi si trovano quasi tutti i minerali conosciuti) divennero il principale polo minerario dell’Impero.

Espansione dell’Impero Russo nella Siberia Orientale e anno di fondazione dei principali centri fortificati

Dopo la creazione dell’Unione Sovietica la regione conobbe una fortissima industrializzazione ad opera dei piani quinquennali di sviluppo industriale e questa industrializzazione crebbe ancora in seguito all’invasione tedesca dell’URSS durante la Seconda Guerra Mondiale, quando molte industrie furono spostate da occidente verso gli Urali per sfuggire all’avanzata nazista. E Fu proprio negli Urali che vennero prodotti gran parte degli armamenti che permisero la definitiva sconfitta delle armate di Hitler. Nell’area sorsero gli impianti siderurgici di Magnitogorsk, tra i più imponenti al mondo e la fabbrica di trattori di Celjabinsk ( la più grande al mondo) che durante la guerra produsse la maggior parte dei carri armati sovietici.

Gli impianti siderurgici di Magnitogorsk, i più grandi della Russia

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale la Guerra Fredda spinse i sovietici a sviluppare un imponente apparato nucleare in competizione con gli Stati Uniti. Tra il 1949 e il 1991 quantità incalcolabili di denaro vennero spese nel programma nucleare sovietico, che produsse in questo periodo circa 55.000 testate nucleari. L’industria pesante, unita alla produzione nucleare, ha lasciato profonde tracce sull’ambiente degli Urali, uno dei più compromessi a livello globale e ha prodotto dei casi di inquinamento al limite del paradossole. Per quanto riguarda l’inquinamento radiattivo, nessun luogo ha pagato un prezzo più alto di Ozersk, la città più radioattiva della terra.

Ozersk fu il primo luogo al mondo, insieme a Richland ( stato di Washington, Usa) a produrre plutonio per le bombe atomiche. Fino al 1994 in realtà Ozersk effettivamente non esisteva neppure. Certamente esisteva nella realtà, ma nella pianificazione sovietica e per il mondo al di fuori di essa era un luogo inesistente. Fino a quell’anno fu conosciuta come Celjabinsk-65 o Celjabinsk-40 ( oltre che come Città-40, Grad 40) ed era una città segreta. Per chi volesse approfondire su Netflix è presente un documentario chiamato “City-40” al riguardo. Nel 1994 ne fu riconosciuta l’esistenza e gli venne dato lo status di città, nonchè il nome di Ozersk. Nonostante questo la città rimane ancora oggi una “città chiusa” e gli stranieri non vi sono ammessi. Ciò è dovuto alla presenza dell’impianto di Mayak ( “faro” in russo) che produsse gran parte del plutonio dell’Unione Sovietica e che ancora oggi è attivo per il riprocessamento dei rifiuti radioattivi e del materiale delle testate nucleari decommissionate. Oggi l’impianto copre 90 chilometri quadrati e impiega 15.000 persone, ma in passato furono certamente molte di più.

Decine di anni di produzione di plutonio su larghissima scala, uniti alla scarsissima considerazione delle autorità sovietiche per l’ambiente e la salute dei cittadini hanno creato qui un ambiente radioattivo senza paragoni nel mondo. Tra il 1945 e il 1957 gli scarti della produzione nucleare e i rifiuti radioattivi furono scaricati senza alcun trattamento preliminare direttamente nell’area intorno agli impianti e nel fiume Techa, un fiume a lento scorrimento . Circa 124.000 persone a valle del rilascio furono interessate da livelli insostenibili di radioattività.

Il luogo che più di tutti simboleggia però i livelli spaventosi di inquinamento radioattivo qui raggiunti è il Lago Karachay, nei pressi di Mayak, che fu usato per decenni come destinazione finale per lo scarico dei rifiuti radioattivi. Il lago ha accumulato nel corso del tempo 4.4 exabequerel ( Ebq)di radioattività. Il disastro di Chernobyl, a paragone, ha liberato tra i 5 e i 12 Ebq di radioattività. Di questi però solo 0.085 Ebq erano costituiti da cesio-137 ( composto radioattivo più contaminante, che si deposita nei terreni) mentre gli altri erano formati da composti volatili che non sedimentano sui terreni. Nel lago Karachay invece ben 3,4 Ebq ( la maggior parte della radioattività presente) è composta da cesio-37, una quantità 40 volte superiore a quella rilasciata dal disastro di Cernobyl. Aggiungiamo poi che la radioattività di Cernobyl ricadde su un’ampissima fetta di territorio, mentre il Lago Karachay misura poco più di un chilometro quadrato di estensione. Questi crudi dati ci fanno capire l’estensione del disastro.

Immagine satellitare che mostra il Lago Karachay

La città di Ozersk e il complesso di Mayak sono poi tristemente famosi per le decine di incidenti nucleari avvenuti nel corso degli anni, con rilascio di enormi quantità di radioattività nell’aria. Il peggiore di questi incidenti avvenne nel 1957 ed è conosciuto come il disastro di Kytshym ( all’epoca la città conosciuta più vicina al luogo del rilascio). Il 29 settembre di quell’anno un contenitore di circa 70-80 tonnellate di materiale radioattivo esplose, portando a una ricaduta radioattiva che interessò una popolazione di circa un milione e mezzo di persone. L’incidente è oggi considerato come il terzo peggiore nella storia dell’energia atomica, dopo quello di Cernobil del 1986 e di Fukushima nel 2011 e classificato come un incidente di grado 6 sulla scala dei disastri nucleari che va da 0 a 7.

Nel 2017 purtroppo Mayak ha ancora un’altra volta fatto parlare di sé. Tra l’ottobre e il novembre di quell’anno infatti diversi istituti di ricerca europea hanno registrato sui loro territori livelli di radioattività ben maggiori di quelli ordinari, in molti casi i più alti dai tempi del Disastro di Cernobyl. In particolare è stato rilevato un aumento esponenziale della concentrazioni di rutenio-106. A inizio 2018 e poi ancora nel 2019 diverse ricerche hanno concluso che l’origine del rilascio si trova negli Urali Meridionali, dove è situato il complesso di Mayak. Ci sono possibilità molto alte che il rilascio di materiale radioattivo si sia originato proprio a Ozersk, anche se le autorità russe non hanno mai confermato il fatto.

Il caso di Ozersk dimostra come a scopi militari e di difesa spesso le normali procedure ambientali e di sicurezza della popolazione possano essere messe da parte nel modo più spietato. Bisogna però altresì considerare come la situazione di Ozersk sia stata resa così estrema da una feroce dittatura e da un governo totalitario pronto a fare qualsiasi cosa per il perseguimento dei suoi obiettivi.

Norislk: una città di estremi al limite del Mondo

Norilsk è una città russa situata nel Krai (regione) di Krasnojarsk, in Siberia. Per certi aspetti questa città è surreale e rappresenta forse più di qualunque altro luogo la tenacia ma anche la distruttività dell’uomo. Tutto è estremo a Norilsk e le condizioni in cui la popolazione vive ne fanno forse il luogo meno ospitale della terra.

Norilsk è situata nel cuore della Siberia, a 69 gradi di latitudine Nord ( più o meno alla stessa latitudine dell’estremo Nord scandinavo), in una posizione estremamente remota. Si i trova infatti a 1500 chilometri in linea d’aria dalla grande città più vicina ( Krasnojarsk) e non ha collegamenti diretti con nessun’altra città nè tramite strada ne tramite ferrovia ( se si eccettua la ferrovia mineraria che collega Norislk con il porto di Dudinka, sul grande fiume Yenisei), essenzialmente usata per il trasporto del minerale. Con 170.000 abitanti è la città più a nord della terra e la seconda città più grande all’interno del Circolo Polare Artico, dopo Murmansk ( sempre in Russia). Con un’altra città siberiana ( Jakutsk) condivide anche un altro primato: entrambe sono le uniche grandi città costruite completamente su permafrost ( suolo perennemente ghiacciato).

Le condizioni ambientali qui sono a dir poco estreme. A livello climatico gli inverni sanno essere spietati: la temperatura frequentemente scende fino a -50 gradi e la neve permane al suolo per otto mesi all’anno. Durante la stagione invernale le temperature minime medie si aggirano sui -30 gradi mentre la temperatura massima sale sopra lo zero solo a fine maggio. Durante l’inverno si ha il fenomeno della cosiddetta “notte polare”, il sole infatti non sorge mai in un periodo compreso tra il 30 novembre e il 13 gennaio, mentre in estate al contrario il sole permane sempre sopra l’orizzonte per la stessa durata di tempo Come se non bastassero le sfide della natura la città deve sopportare anche gli attacchi del genere umano. La città è infatti uno dei più grandi centri minerari al mondo e si trova letteralmente sopra i depositi di nickel e palladio più grandi della terra.

La nascita ed esistenza stessa di Norilsk si deve all’industria estrattiva e si lega ad una delle pagine più buie della storia umana. Questa città nasce infatti ufficialmente nel 1935 come complesso minerario legato al sistema dei Gulag, come base di un esteso sistema detentivo chiamato Norillag. Il sistema Norillag fu operativo dal 1935 al 1956 e negli anni 50′ arrivò ad avere oltre 70.000 internati. Dopo la dissoluzione del sistema dei gulag nel 1957 in seguito alla morte di Stalin molte persone rimasero legate al lavoro nel complesso minerario, continuandone la produzione di nickel. Fino al collasso dell’Unione Sovietica la produzione era in mano allo stato. Dopo il 1989 i complessi industriali vennero comprati a buon mercato da personaggi emblematici, diventati in poco tempo enormemente ricchi (spesso definiti con il nome di oligarchi). Oggi Norilsk è il principale produttore di nichel al mondo e la produzione è in mano a Norislk Nickel, azienda controllata dal miliardario Vladimir Potanin, oggi il qurantunesimo uomo più ricco del mondo.

Con il passare degli anni la produzione industriale di Norilsk continuò ad aumentare. Gli impianti, giganteschi, rimasero però sempre datati e obsoleti e lo sono ancora oggi. Decenni di attività siderurgica dissennata hanno creato uno degli ambienti più tossici al mondo e la città è considerata da alcune istituzioni (come il Blacksmith Institute di New York) come una delle più inquinate a livello globale. Secondo alcune stime gli impianti di Norislk sarebbero responsabili di circa l’1% di tutta l’anidride solforosa immessa nell’atmosfera a livello globale. Secondo il servizio di statistica russo, nel 2017 Norislk ha emesso nell’atmosfera 1798 milioni di tonnellate di inquinanti a base di carbonio, una quantità sei volte maggiore di quella della seconda città più inquinante ( Cherepovets, centro dell’industria chimica e siderurgica nella regione del Volga).L’emissione di grandi quantità di anidride solforosa si traduce in effetti devastanti come smog e piogge acide. Intorno alla città in molti luoghi la vegetazione risulta completamente morta a causa dell’acidificazione dei terreni. La contaminazione da metalli pesanti è stata così massiccia che oggi è economicamente fattibile usare il terreno per l’estrazione di minerali a cielo aperto.

Il paradosso più grande è però quello che Norislk è difatto una grande macchia nel bel mezzo di un tessuto incontaminato. A poche decine di chilometri dal suo inferno si trovano ambienti vergini, quasi neppure sfiorati dalla mano dell’uomo. Nei pressi della città sorge i l’altopiano di Putorana, che contiene la Riserva Naturale Putorana, estesa per 18.000 chilometri quadrati ( l’equivalente del Lazio). Questa riserva contiene numerosi laghi, cascate e ospita il branco di renne selvatiche più grande del mondo. Come raramente altrove inferno e paradiso sono qui talmente vicini da toccarsi.

Potrà mai Norislk liberarsi dal suo pesante fardello ambientale? Nel 2017 la compagnia Norislk Nickel ha deciso un investimento di 14 miliardi di dollari fino al 2023 per ridurre del 75% le emissioni di anidride solforosa e diossido di zolfo. Questo contribuirà a ridurre notevolmente l’acidificazione e le sostanze nocive presenti nell’aria. Nonostante questo i danni ambientali sono così profondi e radicati nel tempo che servirà un’opera di bonifica impensabile per migliorare radicalmente le cose. E probabilmente questo luogo non tornerà mai al suo stato primordiale.

Il Consumo di suolo in Lombardia

Il suolo è una delle nostre risorse più preziose: esso letteralmente ci sostiene e sopratutto è alla base delle attività agricole, che senza un suolo fertile non possono produrre il cibo di cui abbiamo e avremo sempre bisogno. Per consumo di suolo si intende la copertura di terreni naturali o agricoli con superfici impermeabilizzate ( edifici, infrastrutture etc…)

Perchè proteggere il suolo è tanto importante?

L’impermeabilizzazione del suolo produce molti effetti negativi. Impermeabilizzare i terreni significa aumentare il deflusso superficiale delle acque piovane, comportando fenomeni di allegamento più diffusi e alluvioni più frequenti. Il consumo di suolo riduce poi la dispersione del calore, favorendo la creazione delle cosiddette “isole di calore urbano”. Nel nostro Paese e in Lombardia la cementificazione avviene solo per una piccola percentuale su terreni naturali o semi-naturali. Sono invece in larga parte le aree agricole ad essere sacrificate al consumo di suolo, con conseguenze molto negative come la perdita delle rese agricole, il danno paesaggistico e la dipendenza sempre maggiore da produzioni agricole non prodotte in loco.

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La Lombardia: terra di forte cementificazione

La Lombardia si caratterizza a livello nazionale per un tessuto economico di straordinaria dimensione e diversificazione. Basti pensare che la Lombardia possiede allo stesso tempo l’agricoltura più produttiva del paese, il sistema industriale più imponente e il settore terziario più sviluppato. Accanto alla preminenza economica si affianca la preminenza demografica: 10 milioni di abitanti ( il doppio del Veneto) e una densità demografica pari a 420 abitanti per chilometro quadrato, cifra paragonabile a quella dell’Olanda e più di 8 volte superiore alla media mondiale. Questa notevole pressione demografica, unita al benessere economico e alla forte presenza industriale ha inevitabilmente provocato forti pressioni sull’ambiente. Una di queste pressioni è dovuta alla cementificazione: la nostra regione è una delle aree più urbanizzate d’Europa.

Cielo sereno su Milano, il panorama è uno spettacolo - 1 di 15 ...
Immagine ad alta risoluzione da un palazzo di Milano in una giornata particolarmente tersa. Sullo sfondo il gruppo delle Grigne ( Lecco). Si nota l’elevato grado di urbanizzazione del territorio.

Diamo qualche numero

Secondo i dati di Legambiente tra il 1999 e il 2012 ben 44.766 ettari di territorio lombardo sono stati cementificati. Ciò equivale a circa 3000 ettari all’anno ( o 90.000 metri quadrati al giorno). In questo periodo la superficie urbanizzata è passata dal 12,6 al 14,5% del territorio complessivo, con un aumento della superficie edificata del 14,8% su base regionale. Questi dati nascondono però una situazione molto disomogenea tra le varie province: l’urbanizzazione è infatti cresciuta in maniera enorme nelle province meridionali e in quelle orientali, mentre nella parte occidentale della Regione gli incrementi sono stati più modesti, specialmente nelle tre province di Varese, Como e Lecco. Per intenderci la Provincia di Mantova ha visto un aumento del 23,3% della superficie urbanizzata ( valore più alto) mentre la provincia di Varese solo del 7,3% ( valore più basso). Dal 2012 la situazione è però molto cambiata. Fattori come la forte diminuzione nella crescita della popolazione, unita alla crisi del settore immobiliare, ha provocato una fortissima riduzione dell’urbanizzazione. Secondo un rapporto Ispra di pochi anni fa ad esempio tra il 2016 e il 2017 sono stati urbanizzati 600 ettari di territorio lombardo, valore questo 5 volte più basso che nel periodo pre-crisi. Negli ultimi anni è cambiata anche la geografia del nuovo urbanizzato: gli incrementi maggiori si sono infatti spostati verso il milanese e le due province limitrofe a Sud: Lodi e Pavia, seppur con valori molto minori che in passato.

Consumo di suolo: così la Lombardia ha cancellato se stessa ...
Foto aerea di un’area tra Castenedolo e Montichiari (Brescia). Notare l’aumento dell’urbanizzazione dovuta ad una nuova autostrada e alla conseguente proliferazione di zone commerciali e logistiche

Un caso eclatante: le nuove autostrade

Mentre le nuove costruzioni residenziali e industriali subivano un tracollo dopo la crisi economica del 2009 al contrario le autostrade hanno conosciuto nella nostra regione un vero e proprio revival a partire proprio da quell’anno. Nel 2009 sono infatti iniziati i lavori della nuova autostrada BRE-BE-MI per 62 chilometri di lunghezza, conclusosi tra il 2014 e il 2015. Tra il 2012 e il 2015 è stata poi costruita anche la TEEM ( Tangenziale Est Esterna di Milano) per complessivi 32 km di nuova autostrada. Nello stesso periodo è stata approntata anche parte della cosiddetta “Pedemontana Lombarda” che a oggi risulta però ancora incompiuta. Per quanto riguarda quest’ultima i lavori sono iniziati nel febbraio 2010 e l’apertura dei tratti completati è avvenuta il 24 gennaio 2015. Tra il 2009 e il 2015 si sono costruiti quindi in Lombardia 124 chilometri di nuove autostrade, 20 chilometri all’anno. Si tratta del più grande boom nella loro costruzione addirittura dagli anni settanta. Le autostrade da sole non costituiscono l’unico problema. Accanto ad esse infatti si vanno a sviluppare complessi industriali e logistici, aggravando il problema del consumo di suolo. In particolare la creazione della TEEM e della BRE-BE-MI ha portato alla perdita di notevoli quantità di terreni agricoli di indubbia produttività tra est milanese, bassa bergamasca e bresciana. Con l’aggiunta dell’Alta Velocità Milano-Verona questo territorio è stato interessato in pochi anni da centinaia di chilometri di grandi infrastrutture, che hanno stravolto pesantemente il paesaggio e cambiato per sempre questi territori.

Tra Treviglio e Caravaggio, Brebemi e opere connesse hanno reso irriconoscibile la campagna - fonte Dossier fotografico sul consumo di suolo agricolo in Lombardia
Area compresa tra Treviglio e Caravaggio (Bergamo). La costruzione della Bre-Be-Mi, dell’alta velocità e delle opere ausiliarie ha reso la campagna irriconoscibile.

Una riflessione personale

Le autorità pubbliche, così come le imprese e i privati cittadini si dovrebbero rendere conto dell’enorme valore del suolo. Questo ancora di più in un’area come quella lombarda in cui il verde scarseggia. In una realtà già fortemente antropizzata si dovrebbe pensare a modalità di trasporto più sostenibili e fare di tutto per preservare il più efficacemente possibile la natura e i sistemi agricoli locali, riducendo l’inquinamento e il consumo dissennato del suolo, vera e propria risorsa non-rinnovabile.

La Valle del Ticino

La Valle del Ticino è un ambito territoriale di estremo interesse e comprende tutto il percorso del fiume. E’ situata in parte in territorio elvetico e in parte fra Lombardia e Piemonte; in territorio italiano è tutelata, per la parte lombarda, dal Parco lombardo della Valle del Ticino, e per la parte piemontese dal Parco naturale del Ticino. Il Fiume omonimo ha una lunghezza totale di 248 km, dal Passo di Novena, in Svizzera, alla confluenza con il Po. Nel tratto inferiore a valle del Lago Maggiore, da Sesto Calende (VA) al Ponte della Becca (PV), ha una lunghezza di 110 km.

Il Passo della Novena ( Nufenen Pass in tedesco). Questo valico a quota 2478 m. slm separa il Canton Ticino dal Canton Vallese e il bacino idrografico del Ticino da quello del Rodano.

La Valle del Ticino, nel suo complesso, ha ottenuto nel 2002 il riconoscimento di Riserva della Biosfera nell’ambito del Programma Man and Biosphere (MAB) dell’Unesco. Dopo un primo ampliamento riconosciuto nel 2014, a luglio 2018 è stata designata la Riserva Ticino Val Grande Verbano, quale ulteriore ampliamento della Riserva Valle del Ticino sino al confine svizzero.

Il Parco della Valle del Ticino

Il Parco Lombardo della valle del Ticino ha una superficie di circa 91.800 ettari, di cui circa 20.500 tutelati a Parco Naturale, e comprende l’intero territorio amministrativo dei 47 Comuni lombardi collocati lungo il tratto del fiume Ticino compreso tra il lago Maggiore e il fiume Po, nelle province di Varese, Milano e Pavia. Il Parco del Ticino Piemontese (oggi ricompreso nell‘Ente di gestione delle aree protette del Ticino e del Lago Maggiore), istituito nel 1978, comprende una superficie di 6.561 ettari a Parco Naturale includendo parte del territorio di undici Comuni della Provincia di Novara: Castelletto sopra Ticino, Varallo Pombia, Pombia, Marano Ticino, Oleggio, Bellinzago, Cameri, Galliate, Romentino, Trecate e Cerano.

Immagine della Lanca di Bernate ( Provincia di Milano).
La lanca è un meandro fluviale abbandonato per la diversione del fiume dal suo alveo principale.

Il territorio del Parco del Ticino è occupato per quasi il 55 % da aree agricole, il 22% da foreste, il 20 % aree urbanizzate e il 3% da reticolo idrografico.

La presenza di un ricco e variegato insieme di ecosistemi, in molti casi ben conservati, fa sì che nel Parco sia presente un patrimonio di biodiversità che non ha eguali in Pianura Padana: finora sono state censite 6235 specie, di cui 3264 del Regno animale, 1585 del Regno vegetale e 1386 del Regno dei funghi. Ciò ha permesso il riconoscimento nel Parco di ben 14 Zone Speciali di Conservazioni (ZSC) e 1 Zona di Protezione Speciale (ZPS) ai sensi delle Direttive Habitat e Uccelli (Rete Natura 2000)

La Riserva della Biosfera

Nell’ambito della procedura di revisione periodica, la Riserva della Biosfera “Valle del Ticino” si è significativamente ampliata in territorio piemontese, andando ad includere i comuni appartenenti al Parco del Ticino piemontese e una ventina di Comuni limitrofi. Attualmente la Riserva include una superficie di quasi 150.000 ha, di cui circa 14.000 ha classificati come core area, 33.000 ha individuati come buffer zones e oltre 100.000 come zona transition. Tale azzonamento risponde ai criteri di classificazione previsti dal Programma MAB che suddivide le Riserve in tre zone:

  • Zone centrali (“Core Areas”), nelle quali l’obiettivo principale è la conservazione degli ecosistemi ed è destinata alla ricerca scientifica;
  • Zone cuscinetto (“Buffer Areas”), rafforzano l’azione protettiva delle vicine zone centrali. Vi si sperimentano metodi di gestione delle risorse rispettosi dei processi naturali, in termini di silvicoltura, agricoltura ed ecoturismo;
  • Zone di transizione (“Transition Areas”), dove si svolgono attività economiche per il miglioramento del benessere delle comunità locali. Sono presenti insediamenti abitativi, industriali, attività agricole rispettose dell’ambiente.

Parco Nazionale del Gran Paradiso

Ambiente

Il Parco Nazionale del Gran Paradiso è uno dei parchi nazionali più conosciuti d’Italia e una delle aree protette più grandi delle Alpi.

Massiccio del Gran Paradiso - Wikipedia
Il Massiccio del Gran Paradiso. La cima più alta raggiunge i 4061 metri. E’la montagna più alta interamente in territorio italiano.

Storia

Il Parco del Gran Paradiso è il più antico parco nazionale d’Italia, istituito il 3 dicembre del 1922. La sua creazione è profondamente legata alla salvaguardia di una singola specie animale: lo stambecco alpino (capra ibex). Lo stambecco era un tempo assai diffuso su tutto l’Arco Alpino ma la caccia spietata lo ridusse notevolmente di numero già durante l’età moderna. Il motivo di tale caccia era legato alla prelibatezza della carne, alle virtù di alcune sue parti considerate medicinali, e alle sue corna erano poi un trofeo assai ambito. La caccia fu talmente spietata che già nei primi anni dell’ottocento si riteneva praticamente estinto, finché l’ispettore forestale valdostano Joseph Delapierre ne scovò un centinaio di esemplari nei remoti valloni del Gran Paradiso. Nel 1821 il re di Casa Savoia Carlo Felice emanò una regia patente che proibiva la caccia allo stambecco. Questa decisione fu presa non per principi ambientali ( estranei alla mentalità dell’epoca) ma per la volontà del re di poter cacciare in esclusiva questi rari animali.

Carlo Felice di Savoia - Wikiwand
Ritratto di Carlo Felice di Savoia

Nel 1850 re Vittorio Emanuele II di Savoia, all’età di trent’anni percorse l’area dell’attuale parco. Egli partì da Champorcher e attraverso la Finestra di Champorcher raggiunse Cogne. Stupito dalla varietà della fauna decise di istituire una riserva di caccia.La Riserva Reale fu ufficialmente istituita nel 1856 e comprendeva un territorio più vasto di quello del parco attuale (una porzione verso nord-est si estendeva anche nei comuni di Fénis, Brissogne, Valgrisenche e Champdepraz oggi non facenti parte dell’area protetta). Il lascito più importante di questo periodo fu una fitta rete di mulattiere, costruita per permettere alla corte di spostarsi nelle battute di caccia (oltre 300 chilometri in totale). Le battute di caccia del re erano imponenti e impiegavano fino a 250 uomini, reclutati tra i valligiani. Il re si mostrava affabile e spesso conversava con la gente del posto. Egli era descritto come un grande tiratore ma in realtà giocava una sorta di “tiro al bersaglio”. Le battute di caccia spesso si risolvevano in decine di stambecchi o camosci uccisi. Nonostante questo il re sceglieva esclusivamente maschi adulti come bersagli e risparmiava i cuccioli e le femmine,questo portò a un forte aumento della popolazione di stambecchi.

Una mostra dedicata a Vittorio Emanuele II - NonSoloContro - Ora ...
Vittorio Emanule II, detto il “re cacciatore”

Generalmente il re visitava la riserva in agosto e vi si tratteneva per diverse settimane. Aveva un percorso abituale e si muoveva tra le diverse case di caccia sparse per il territorio: generalmente partiva da Champorcher e valicava la Finestra di Champorcher per discendere a Cogne( sostando nella casa di caccia di Dondena). In seguito raggiungeva la Valsavarenche passando dal Colle di Lauson e sostando nella casa di caccia di Lauson. Poi proseguiva per Ceresole Reale sostando al colle del Nivolet e proseguiva in Valle dell’Orco fino a Noasca. Anche i successori di Vittorio Emanuele II continuarono la caccia ma Vittorio Emanuele III, più colto e meno affabile con i valligiani del nonno, cambiò orientamento e decise, nel 1919, di cedere allo Stato i territori del Gran Paradiso di sua proprietà con i relativi diritti, indicando come condizione che si prendesse in considerazione l’idea di istituire un parco nazionale per la protezione della flora e della fauna alpina.

Rifugio Dondena : Visitmonterosa
Il Rifugio Dondena ( Champorcher). Un tempo qui si trovava una delle più importanti case di caccia di Casa Savoia.

Il 3 dicembre 1922, nei primi giorni di Governo Mussolini, venne istituita la Commissione reale per il parco. La gestione era affidata alla Commissione Reale del Gran Paradiso che istituì un nuovo servizio di guardaparco che reintegrò le vecchie guardie che ne fecero richiesta. Nel 1933 la Commissione Reale venne però abolita ed iniziarono i tempi bui del parco: la gestione passò al ministero fascista dell’Agricoltura e delle Foreste. La sorveglianza, affidata alla Milizia Nazionale Forestale, divenne una sorta di servizio punitivo: venivano mandati lì malfattori e antagonistici politici, spesso non abituati alla rigidità della montagna, ad espiare le proprie pene (una specie di “piccola Siberia” italiana). La vigilanza perse d’efficacia e riprese il bracconaggio. A questo si aggiunse la guerra con la scarsità dei viveri che portò ad un aumento esponenziale delle uccisioni degli animali selvatici. Nel 1947, a guerra conclusa, erano rimasti appena 400 stambecchi nel territorio del parco. Lo stesso anno venne istituito ufficialmente il Parco Nazionale e nelle sue vicinanze, nel castello di Sarre presso Aosta, nel 1948 il professore Renzo Videsott istituì la prima associazione ambientalista italiana ( Pro Natura).

Castello di Sarre - Wikipedia
Il castello di Sarre, a poca distanza da Aosta.

Situazione geografia generale

Il Parco comprende porzioni di 13 comuni: 6 piemontesi (Ceresole Reale, Noasca, Locana, Ribordone, Ronco Canavese e Valprato Soana) e 7 valdostani (Aymavilles, Cogne, Introd, Rhemes-Saint-Georges, Rhemes-Notre-Dame, Villenueve, Valsavarenche). La superficie complessiva del parco è di 73.043 ettari. La popolazione complessiva dei 13 comuni è di 8400 abitanti, ma coloro che vivono direttamente nei confini dell’area protetta sono solo 300. Gran parte del Parco è quindi disabitato, essendo costituito da terreni di alta quota.

Orografia

Il Gran Paradiso è l’unico massiccio montuoso culminante a oltre 4000 metri interamente in territorio italiano. Il parco comprende cinque valli principali: Val di Rhêmes, Val di Cogne, Valsavarenche, Valle dell’Orco e Val Soana. Il territorio del parco è ammantato da 59 candidi ghiacciai, più estesi sul lato valdostano, di cui almeno 29 sono costantemente monitorati dai guardaparco. Si tratta di ghiacciai perenni ma relativamente recenti essendosi formati durante la “piccola glaciazione” del secolo XVII.

Grivola - Wikipedia
La Grivola vista da nord-ovest. La sua sagoma è una delle più caratteristiche delle Alpi

Dalla cima più alta (4061 m) parte la dorsale che divide Cogne da Valsavarenche la quale, scendendo verso Aosta, si impenna due vette dell’Herbétet (3778 m) e della Grivola (3969 m). Sul versante piemontese si stagliano il Ciarforon (3642 m), la Tresenta (3609 m), la Becca di Monciair (3544 m). Queste montagne sono facilmente individuabili, da un occhio esperto, anche dalla pianura torinese.La Torre del Gran San Pietro (3692 m) e i Becchi della Tribolazione (3360 circa) si trovano nell’alto vallone di Piantonetto; il punto di osservazione privilegiato è il rifugio Pontese al Pian delle Muande di Teleccio.Dalla Punta di Galisia (3346 m), un monte sulla cui sommità si incontrano i confini di Piemonte, Valle d’Aosta e Francia, si stacca in direzione sud-est un crinale fatto di cime frastagliate e appuntite che culminano nell’imponente bastionata rocciosa delle tre Levanne (3600 m circa): sono le dentate e scintillanti vette che ispirarono l’ode “Piemonte” al poeta Giosuè Carducci che nel 1890 ebbe modo di venire da queste parti mentre presiedeva gli esami di maturità a Cuorgnè.La Granta Parey (3387 m) è la montagna simbolo della Val di Rhêmes: segna il punto più occidentale del parco. Le vette del settore orientale del parco sono più basse; tra di esse spiccano la Punta Lavina (3274 m) e la Rosa dei Banchi (3164 m). Quest’ultima è molto frequentata dagli escursionisti per l’aereo panorama che offre verso la Valle Soana e la Valle di Champorcher.

le Tre Levanne Ceresole Reale | le Tre Levanne (Ceresole Rea… | Flickr
L’imponente bastionata rocciosa delle Tre Levanne, viste da Ceresole Reale. A queste montagne Carducci si ispirò per la sua famosa ode “Piemonte”.

La fauna del parco

Gli animali dei boschi

Capriolo: è una specie legata alla presenza dei boschi, sia di conifere che di latifoglie; che devono essere però interrotti da frequenti radure. E’ il più piccolo degli ungulati che abitano il parco. Si nutre di erba in misura modesta, mentre prevalgono nella sua dieta gli arbusti legnosi, i semi legnosi e i frutti selvatici. La presenza nel Parco è un evento recente, conseguenza dell’espansione di popolazioni frutto di rilasci a scopo venatorio fuori dal Parco. Le aree maggiormente interessate dalla presenza del capriolo sono quelle della bassa Valle Soana e Orco. Più lenta, ma progressiva, è la colonizzazione delle tre valli valdostane.

Cervo: è un animale che predilige i boschi, ad alto fusto o a ceduo, inframmezzati da radure,campi e prati. Non ama i pendii scoscesi e la neve. E’ il più grande ungulato presente in Italia, con un peso che per i maschi oscilla tra i 160 e i 210 kg. La sua dieta è composta quasi solo da erba, nella stagione invernale frammista a rami e cortecce. Il cervo è giunto nel territorio del parco in seguito alle reintroduzioni fatte in Bassa Valle d’Aosta negli anni 80′. Oggi le densità maggiori si riscontrano in Val Soana.

Tempo di bramiti: dove ascoltare i cervi in amore (3 di 5 ...

Cinghiale: è il progenitore del maiale domestico e ha un peso che nel maschio oscilla tra gli 80 e i 150 kg. E’ onnivoro e predilige i vegetali, che rappresentano l’80%-90% della sua dieta. La componente animale è composta da insetti e carogne. La specie non è presente naturalmente nel parco. Essa è comparsa negli anni 80′, con prime segnalazione sul lato piemontese. Attualmente la specie è presente sopratutto in Valle Soana, con le densità maggiori, e nella Valle dell’Orco. Presenze inferiori si registrano nel le valli valdostane, dove interessa aree a latifoglie della Bassa Valle di Rhemes e del Savara.

Gli animali del margine dei boschi

Il gallo forcello ( Tetrao tetrix) vive soprattutto nei boschi di conifere, specialmente nella parte superiore, nei boschi piuttosto aperti e ricchi di sottobosco. Si ciba essenzialmente di bacche e di germogli. La nidificazione della specie è accertata in tutte le valli del Parco, dalle quote minime di 1400 m fino a quasi il limite degli alberi.

Il gallo forcello | Parco Nazionale Gran Paradiso

Coturnice: Questa specie predilige le fasce di conifere e dei pascoli alpini: terreni scoperti o con alberi radi, in luoghi soleggiati e secchi. Il nido è situato generalmente in depressioni del terreno, riparato da arbusti, ciuffi d’erba o pietre.
La presenza delle coturnici è certa in tutte le valli, da 1200 m fino anche a 2950 m.

Gli animali degli ambienti rocciosi d’alta quota

Gipeto: è uno degli avvoltoi europei di maggiori dimensioni e recentemente è tornato a nidificare nel parco. Sulle Alpi è stato reintrodotto negli anni 80′, dopo che si era estinto a inizio 1900. Oggi nell’area protetta sono presenti tre coppie di gipeto. La scelta del Gran Paradiso come luogo di nidificazione non è stata casuale: qui infatti trova una grande abbondanza di fauna selvatica, spazi idonei alla nidificazione grazie alle molte pareti rocciose. Anche la tranquillità ha un suo ruolo: nel parco sono infatti vietati i sorvoli con elicotteri o con altri mezzi. Nel dicembre del 2018 in Valnontey è stata istituita una zona di protezione a tutela di un nido.

Gipeto barbuto - Re delle Alpi | WWF Svizzera

Aquila reale: l’aquila reale nidifica sulle pareti rocciose, oltre i 1400 metri di quota; queste devono non essere disturbate da altri animali o dall’uomo. L’aquila reale ha un’apertura alare compresa tra i 190 e i 220 cm. Si nutre principalmente di marmotte, piccoli mammiferi e altri uccelli, così come di giovani ungulati e carcasse. Nel parco, secondo i censimenti, vivono circa 27 coppie di aquile.

Le popolazioni pre-romane dell’Italia del Nord

Territorio

Cosa sappiamo di coloro che abitavano la nostra terra prima dei romani?

Il periodo storico che precede la colonizzazione romana è piuttosto avaro di notizie riguardanti le popolazioni dell’Italia Settentrionale. A differenza di aree come la Grecia, l’Asia Minore e la Penisola Italiana ( Magna Graecia) l’Italia continentale non vide infatti fino all’epoca romana civiltà particolarmente elaborate ( se per esse si possono intendere civiltà in grado di costruire città, monumenti e creare opere letterarie). Notizie certe ci giungono solo con la crescita della potenza romana che dall’Italia Centrale si spinge prima in direzione sud e poi verso nord. Notizie ancora più antiche ma più discontinue ci vengono invece dai greci che si stanziarono nell’Italia Meridionale.

Il villaggio celtico
Ricostruzione di un tipico villaggio celtico. Mentre in Grecia si costruiva il Partenone ( V secolo a.C) le popolazioni del Nord Italia vivevano in semplici villaggi

L’età del ferro

Per età del ferro si intende un periodo compreso tra il XII e il IV secolo a.C che vide la diffusione della tecnica del ferro. In questo periodo l’Italia vide la presenza di diverse, note generalmente come “culture”. Le notizie ci parlano probabilmente di otto culture differenti, delle quali due nel Nord: la cosi detta “Cultura di Golasecca” sviluppatasi nel Nord-Ovest e la “cultura atesina”, diffusasi nel Nord-Est. Le altre culture presenti in area italiana erano: quella “villanoviana”, quella “picena”, quella “laziale”, quella delle “tombe a fossa”, quella Apulo-Salentina e quella Sicula. La maggiore differenza culturale tra queste popolazioni riguardava il trattamento dei defunti: nelle civiltà centro-meridionali ( ad esclusione dell’Area Laziale e Toscana) prevaleva l’inumazione, mentre nell’Italia Settentrionale prevaleva la cremazione.

Popolazioni dell’età del ferro nel Nord-Ovest: la cultura di Canegrate e di Golasecca

La cultura di Canegrate

La cultura di Canegrate fa riferimento a una cultura sviluppatesi tra Lombardia Occidentale, Canton Ticino e Piemonte Orientale tra il XIII secolo a.C e l’ultima età del ferro. Si chiama così in onore della cittadina di Canegrate, nell’Altomilanese. Qui nel 1926 Giudo Sutermeister scoprì una grande e insolita quantità di materiale funerario. Questa cultura fu prodotta probabilmente da una ondata di popolazioni proto-celtiche provenienti dal oltre le Alpi. Queste popolazioni introdussero la tecnica della cremazione al posto dell’inumazione praticata dalle popolazioni originarie. Dopo poco tempo ( forse poco più di un secolo) questa cultura si fuse con la cultura autoctona, dando origine alla “cultura di Golasecca”. Siti archeologici di questo peculiare momento sono stati ritrovati in diversi luoghi: Novara, Vicolungo e Castelletto Ticino ( provincia di Novara), Premeno ( Verbano-Cusio-Ossola), Legnano e Canegrate ( provincia di Milano), Appiano Gentile ( Como), Ligurno ( Varese); Rovio, Gudo,Locarno, Giubiasco e Bellinzona ( in Canton Ticino).

Cultura di Canegrate - Wikiwand
Oggetti appartenenti a un insediamento della Cultura di Canegrate ( Chiesa di Santa Colomba, Canegrate)

La cultura di Golasecca

La cultura di Golasecca caratterizzò un territorio di circa 20.000 km quadrati compreso tra il Fiume Sesia a ovest e il fiume Serio ad est, a Sud il confine correva lungo il Po mentra a Nord aveva le Alpi come barriera. Originata dalla fusione tra l’elemento proto-celtico e gli elementi locali ( forse Liguri o Leponzi) ebbe una diffusione capillare e caratterizzò fin nel profondo la civiltà di questa zona tra il nono e il terzo secolo avanti Cristo, con evidenti continuità fino alla conquista romana. Questa cultura aveva molte affinità con quella di Halstatt, sviluppatasi quasi contemporaneamente a Nord delle Alpi. Il nome prende origine dalla località di Golasecca ( in provincia di Varese, lungo le rive del Ticino). Nella località detta Monsorino furono portati alla luce diversi manufatti originali e situazioni funerarie. L’epicentro di questa cultura interessò l’area di Golasecca, Sesto Calende e Castelletto Ticino. Un secondo epicentro di minore rilievo era situato nei dintorni di Como.

La civiltà di Golasecca a Somma Lombardo e dintorni | CAI Somma ...
Il bosco del Monsorino, stupenda area verde di Golasecca. In questo luogo sono state scoperte le prime prove della Civiltà di Golasecca

La storia nel periodo pre-romano

Mentre l’area dei laghi prealpini e del Piemonte è rimasta fino alla conquista romana essenzialmente celtica altre aree dell’Italia Settentrionale furono invece occupate dall’espansione etrusca. Essa si sviluppò già a partire dal VIII secolo a.C, quando gli Etruschi conquistarono vaste aree della Pianura Padana ( specialmente in Emilia), dando origine alla Cultura Villanoviana. In seguito alla Battaglia di Alalia del 541 o 535 a.C l’espansione etrusca procedette con ancora maggior vigore, interessando anche il Veneto e la Lombardia vicini al Po. In Lombardia gli etruschi si espansero dall’attuale zona del Mantovano verso Nord e sopratutto verso ovest, parallelamente al corso del Fiume Po. L’area più occidentale raggiunta fu probabilmente il basso corso dell’Adda. Le principali città etrusche del Nord Italia furono Felsina (Bologna), Marzabotto e Spina. Nel quarto secolo a.C i Galli invasero l’Italia, portando al famoso Sacco di Roma del 387 a.C. L’invasione dei Galli spazzò via la presenza etrusca nella Pianura Padana e portò allo stanziamento di popolazioni celtiche nell’attuale Emilia-Romagna ( Boi,Senoni etc.)

Quali furono le principali popolazioni pre-romane in Lombardia?

Insubri: Basso Lago Maggiore, Novarese, Varesotto e Comasco. Essi si espansero poi verso Sud fondando forse il primo nucleo della città di Milano ( Mediolanum).

Leponzi: insediati nella Val d’Ossola e Canton Ticino ( sopratutto Sopraceneri, ma forse anche Sottoceneri). Le loro città principali per i romani furono Oscela ( poi Oscela Lepontorum) ovvero l’odierna Domodossola e Blitio ( oggi Bellinzona)

Orobi ( Urumbovii o Urumobii): abitavano nella valli del bergamasco,del lecchese e del comasco.

Marici e Clevi: abitavano la zona del Pavese ( Lomellina e corso del Ticino) e la vicina Provincia di Alessandria. Erano in contatto con gli Insubri del Basso Lago Maggiore.

Insubri - Wikipedia
Carta delle popolazioni pre-romane del Centro-Nord Italia e aree limitrofe:In verde i territori abitati da popoli celtici, in giallo senape le altre popolazioni non celtiche

La distribuzione geografica dei temporali, parte 1

Meteorologia

La localizzazione dei temporali: distribuzione globale

Quanto sono frequenti i temporali? Quali sono le aree maggiormente interessate da questi fenomeni? Si tratta di due interrogativi di non semplicissima risoluzione poichè in realtà abbiamo dati meteorologici lunghi e attendibili solo per poche aree del nostro vasto pianeta. In più, data l’importanza dei cosiddetti “microclimi” possiamo aspettarci differenze climatiche notevoli anche tra aree situate relativamente vicino. Per questo conoscere i dati meteorologici su un’area precisa è fondamentale. Spesso è il numero di fulminazioni ( ovvero numero di fulmini che colpiscono il territorio)a fornirci un valido aiuto per determinare le aree più temporalesche. Questi dati ci dicono che i temporali avvengono molto di più sulla terraferma che non sugli oceani. Questo a causa del fatto che il mare si riscalda ( e si raffredda) molto meno rapidamente della terra-ferma. Un fattore fondamentale della formazione dei temporali è infatti il forte riscaldamento della superficie che provoca l’ascensione dell’aria calda ( convezione). Un altro fattore essenziale è costituito dall’orografia: i temporali sono molto più frequenti sulla catena montuose che sulle aree pianeggianti e il mare può essere equiparato ad un’area pianeggiante. Il fatto che le aree montuose siano generalmente più temporalesche è dovuto alla sollevazione delle nuvole sui pendii, lo stesso principio che provoca maggiori precipitazioni ( effetto stau) sulle montagne esposte ai flussi umidi.Chiunque sia stato al mare in una calda giornata d’estate avrà a volte certamente notato che, mentre il mare è completamente sgombro da nuvole guardando verso la terraferma si notano al contrario nuvolette ( chiamate cumuli). Chiunque si sia recato in una località di mare vicino ad aree montuose avrà forse notato che queste nuvolette sono generalmente più compatte e numerose in corrispondenza proprio delle montagne. Quest’osservazione non è altro che la sperimentazione di questi due principi.

A livello globale possiamo notare come generalmente le aree più colpite da fulmini si trovano nella fascia equatoriale. Questo è dovuto al forte riscaldamento della superficie provocato dai violenti raggi solari ( che qui arrivano perpendicolarmente alla superficie terrestre) nonché spesso alla presenza di venti locali, che arrivando da direzione diverse vanno a creare la cosiddetta Area di Convergenza Interpropicale, una vasta fascia latitudinale in cui le masse d’aria calda collidono costantemente, andando a generare continui temporali. Alcune aree poi aggiungono a questi fattori a larga scala particolari caratteristiche microclimatici, come la presenza di catene montuose o conche chiuse che esaltano ancora di più l’attività temporalesca, rendendo queste zone dei veri e propri hot spot. dei temporali.

Sono due le zone del mondo che si contengono la palma di località più temporalesca in assoluto: stiamo parlando della Laguna di Maracaibo ( in Venezuela) e il Bacino Orientale del fiume Congo ( Africa Centrale). Nel primo caso la frequenza dei temporali, praticamente giornaliera, ha dato origine alla cosiddetta denominazione di “Fulmini del Catatumbo”, che hanno per molti anni guidato le navi in questa zona, quasi come un enorme faro naturale. La particolarità che rende la laguna di Maracaibo tanto temporalesca è quella di essere aperta sul mare e di avere elevate montagne alle spalle. Questo crea un gioco di correnti che provoca temporali praticamente ogni giorno. La seconda area, il bacino orientale del Congo vede sommarsi ad un contesto equatoriale già molto interessato da fenomeni convettivi l’effetto stau: troviamo infatti la catena dei Monti Virunga, che separa il Bacino del Congo dalla Rift Valley dell’Africa Orientale. Bisogna però dire a buona ragione che le aree equatoriali sono così frequentemente interessate dalla cumulonegesi anche perché la stagione dei temporali dura praticamente tutto l’anno, a causa delle temperature costantemente elevate. Nelle aree alle medie latitudini ( come la nostra) le condizioni per la formazione dei temporali sono invece generalmente presenti solo nelle stagione calda. Alle medie latitudini il fattore più importante per la formazione di fenomeni convettivi non è però il calore, bensì la presenza e lo scontro di masse d’aria di origine differente, cosa che generalmente non avviene alle latitudini più basse o più alte ( dove le masse d’aria sono quasi sempre le stesse). Nelle aree temperate quindi i temporali sono generalmente un fenomeno stagionale, collegato di solito alla parte più calda dell’anno ( l’estate sopratutto). Se guardiamo una mappa delle fulminazioni in Europa notiamo subito un grande contrasto: le aree più meridionali sono generalmente più temporalesche di quelle settentrionali, ma la cosa è molto più complessa. Le aree più temporalesche d’Europa sono infatti situate nella regione alpina e nell’Europa Centro-Orientale, in aree decisamente continentali. Senza sorpresa sono poi le aree montuose di quest’area ( Alpi, Carpazi, monti dei Balcani etc.) a presentare la maggiore attività. Al contrario La Pensiola Scandinava, le Isole Britanniche e la Penisola Iberica sono le aree meno soggette a temporali. Nel caso della Pensiola Iberica si nota in realtà una marcata differenza: le aree orientali sono assai più temporalesche di quelle occidentali. Generalmente le aree interessate da clima atlantico, seppur caratterizzate da clima molto instabile, hanno pochi giorni di temporali. Questo è dovuto generalmente alla mancanza di una massa d’aria calda di origine continentale o mediterranea sulla regione. Sulle Isole Britanniche, ad esempio, molti temporali si verificano in seguito ad episodi caldi associati a masse d’aria calda di origine continentale. Lo stesso vale sulla Penisola Scandinava. In entrambe le aree le zone caratterizzate da attività temporalesca più frequente sono infatti quelle più meridionali o vicine al Continente, che hanno quindi maggior possibilità di essere raggiunte da aria più calda. Nelle Isole Britranniche ad esempio l’attività temporalesca è quasi assente in Irlanda e Scozia mentre aumenta sensibilmente nell’Inghilterra Orientale e Sud-Orientale. In Svezia, le regioni più meridionali ( es. Scania) presentano un numero di temporali decisamente maggiore che le aree più a nord. Dalla mappa vediamo una grande sorpresa: qual’è l’area più temporalesca d’Europa? E’ proprio dove abitiamo noi! Il versante meridionale delle Alpi ( le Prealpi Italiane quindi) e le aree limitrofe sono infatti le aree più fulminate d’Europa!! Studi più approfonditi sembrano suggerire che in questa grande area le aree più colpite siano due: la prima si estennde nel Piemonte e nella Lombardia Settentrionali, interessando un’area compresa tra il Biellese e il Lago di Como. La seconda interessa le Prealpi Venete e Friulane e le rispettive pedemontane. L’attività temporalesca si mantiene però elevata su tutte le Alpi Centro-Orientali, sia italiane sia estere, con fulminazioni molto frequenti anche su Svizzera, Germania Meridionale, Austria e Slovenia. Sulle Alpi Occidentali si hanno valori più bassi, anche se comunque elevati mentre le aree più interne della catena vedono valori decisamente minori ma comunque superiori a gran parte dell’Europa. Perchè le Alpi possono essere considerata l’area più temporalesca d’Europa? Innanzi tutto esse sono situate in una posizione nè troppo meridionale nè troppo settentrionale: questo favorisce la presenza ( in estate) sia di masse d’aria caldo-umida di origine mediterranea sia di aria più fredda di origine nordeuropea. Mentre l’Europa Mediterranea vede tempo stabile e pochissimi temporali le Alpi sono invece frequentemente interessate da perturbazioni atlantiche durante l’estate, che trovando aria più calda preesistente provocano i temporali. L’effetto stau fa poi il resto, concentrando i temporali sui rilievi.

La Scala Fujita

Meteorologia

Come si misura l’intensità di un tornado? Attraverso la scala Fujita. Questa scala prende il nome da Ted Fujita, dell’Università di Chicago, che la ideò in collaborazione con Allen Pearson ( capo del National Severe Storms Forecast Center). Fujita e Pearson nel 1972 pensarono ad una scala in base 12 che rimodulasse la Scala Beaufort delle raffiche di vento: il livello 1 corrispondeva a raffiche di vento pari al dodicesimo grado (il massimo) della Scala Beaufort mentre il livello 12 corrispondeva teoricamente a Mac1 ( ovvero alla velocità del suono). I livelli da 6 a 12 si dimostrarono puramente teorici, in quanto oggi si sa bene che nessun tornado è in grado di produrre venti della velocità del suono ( i venti più violenti di un tornado superano i 500 km/h, mentre la velocità del suono è di 1226 km/h). Ad aumentare della velocità del vento aumentano ovviamente anche i danni.

Da F1 a F5: velocità del vento e danni collegati

  • Un tornado di grado F0 produce venti tra i 64 e i 116 km/h. Questi tornado causano danni ai camini e ai rami degli alberi, che vengono spezzati.
  • Un tornado F1 ha venti tra i 117 e i 180 km/h. Il limite dei 117 km/h corrisponde alla velocità minima dei venti di un uragano: tetti di legno e prefabbricati possono essere distrutti, i veicoli vengono spostati fuori dalle strade e le roulottes vengono danneggiate.
  • Un tornado F2 ha venti tra i 181 e i 253 km/h: i tetti vengono scoperchiati, grandi alberi vengono abbattuti.
  • Un tornado F3 ha venti tra 254 e 332 km/h: ( valore quest’ultimo pari ai venti più violenti mai registrati al di fuori dei tornado in uragani,cicloni e tifoni): i tetti e alcuni muri delle case in muratura vengono abbattuti, i treni spostati, la maggior parte degli alberi abbattuti e auto pesanti sollevate.
  • Un tornado F4 ha venti tra i 333 e i 418 kh/h. Si tratta di una forza sconvolgente, che provoca danni ingentissimi: case ben costruite in muratura vengono demolite, le macchine vengono lanciate in aria e ricadono anche a più di 100 metri di distanza
  • Un tornado F5 vede l’apice del danno, è un vero mostro, con venti tra i 418 e i 512 km/h, un danno che è stato definito come paragonabile a quello di un bombardamento a tappeto. Un tornado F5 è un vero e proprio mostro in grado di strappare le case dalle loro fondamenta e disintegrarle in aria, di scagliare automobili a centinaia di metri di distanza, di far crollare grattacieli e di scorticare gli alberi. In molti casi si è notato come tornado F5 abbiano strappato l’asfalto dalle strade e completamente asportato l’erba dai prati.

Tipi di danno

  • F1

La distribuzione dei fulmini in Europa

Ambiente

Guardando una mappa delle fulminazioni in Europa notiamo subito una situazione di grandi contrasti. Alcune aree presentano un tasso di fulminazioni molto elevato, mentre altre ne presentano uno decisamente basso. In linea generale le aree centrali e meridionali sono molto più temporalesche di quelle settentrionali, così come le terre emerse sono decisamente più temporalesche delle aree marine. In particolare sono sopratutto le aree continentali dell’Europa Centrale ed Orientale ad avere più temporali mentre tutte le zone che ricadono nel dominio climatico atlantico vedono pochi temporali.

Tempesta di fulmini sopra Lecco

Entriamo nel dettaglio

La Penisola Scandinava, le Isole Britanniche e la Penisola Iberica occidentale sono le zone in assoluto meno soggette ai fenomeni convettivi. Quelle più soggette sono l’Italia Settentrionale, la Regione Alpina e l’area Balcanica. I livelli in assoluto più alti si registrano su alcune catene montuose: Alpi ( sopratutto versante meridionale), Carpazi, Balcani. Per quanto riguarda le aree della Penisola Scandinava e le isole Britanniche, molti temporali si verificano in seguito ad episodi caldi associati a masse d’aria calda di origine continentale. In entrambe queste locations le zone caratterizzate da attività temporalesca più frequente sono difatti quelle più meridionali o vicine al Continente, che hanno quindi maggior possibilità di essere raggiunte da aria più calda. Sulle Isole Britanniche ad esempio l’attività temporalesca è quasi assente in Irlanda e Scozia mentre aumenta sensibilmente nell’Inghilterra Orientale e Sud-Orientale, aree dal clima estivo decisamente più caldo. In Svezia, è la regione della Scania a presentare un numero di temporali decisamente maggiore che le aree più a nord. In Norvegia invece tutto il territorio nazionale ha pochissimi temporali, a causa dell’effetto combinato di alta latitudine ( clima freddo) e influenza oceanica.

L’area Alpina: il luogo più temporalesco del Vecchio Continente

Qual’è l’area più temporalesca d’Europa? Bene, c’è l’abbiamo in casa. Il bordo meridionale delle Alpi ( le Prealpi Italiane quindi) è infatti la regione geografica più temporalesca d’Europa!! Studi più approfonditi sembrano rilevare come all’interno di questa vasta regione geografica si riscontrino due aree di eccezionale attività temporalesca: la prima si estende nel Piemonte e nella Lombardia Settentrionali, interessando un’area compresa tra il Biellese e il Lago di Como, passando per Valsesia, Ossola, Lago Maggiore, Varesotto e Canton Ticino Svizzero. La seconda interessa le Prealpi Venete e Friulane e le rispettive pedemontane con picchi analoghi e non superiori ma con estensione probabilmente più ampia (da Vicenza verso est comprendendo Prealpi e pedemontane di Vicentino, Trevigiano, basso Bellunese, Pordenonese e Udinese). Un picco assoluto in quest’area si rileva sulle Prealpi Giulie (che sono anche l’area in assoluto più piovosa d’Italia). Una terza area geografica più isolata e meno estesa che ha picchi di attività temporalesca di assoluto rilievo è quella del Canavese, nel Piemonte Nord-Occidentale. L’attività temporalesca si mantiene però elevata su tutte le Alpi Centro-Orientali, sia italiane sia estere, con fulminazioni molto frequenti anche su Svizzera, Germania Meridionale, Austria e Slovenia. Sulle Alpi Occidentali si hanno valori più bassi, anche se comunque elevati mentre le aree più interne della catena vedono valori decisamente minori ma comunque superiori a gran parte dell’Europa. Le Alpi più interne hanno valori molto bassi, in corrispondenza di bacini a clima estremamente arido, circondati da alte montagne che bloccano i flussi umidi. Tra queste si possono segnalare il Brianzonese, la Valle d’Aosta, Il Vallese, i Grigioni e la Val Venosta.

Il Vallese, così come la vicina Valle d’Aosta, presenta un clima eccezionalmente secco e poco temporalesco.

Distribuzione dei fulmini negli Stati Uniti

Ambiente

In questo articolo si tratta della distribuzione dei temporali negli Stati Uniti d’America. Vi propongo questo per due ragioni: 1) la presenza di dati numerosi, attendibili e diffusi, 2) la possenza dei fenomeni temporaleschi in quest’area del mondo. Come parametro di “temporalicità” scusate il termine utilizzerò ancora il numero di fulminazioni, presentandolo su una rappresentazione cartografica.

Considerazioni sulla mappa

A livello generale possiamo notare diverse situazioni generalmente conosciute e pensabili a priori:

  • Le zone marine sono meno temporalesche di quelle terrestri ( stabilità atmosferica).
  • Le fulminazioni sono molto infrequenti alle alte latitudini.
  • Le zone a ovest delle Montagne Rocciose sono assai meno temporalesche di quelle ad est della catena.
Immagine radar di un sistema temporalesco in evoluzione sull’est degli Stati Uniti. Dall’immagine si nota il suo legame con un centro di bassa pressione ( tipica rotazione delle precipitazioni ).

Situazioni meno aspettate e molto interessanti sono invece:

  • Le fulminazioni sono molto presenti sull’Oceano Atlantico, anche a grande distanza dalle coste. Sull’Oceano Pacifico sono quasi assenti al largo delle coste occidentali del Nordamerica.
  • Nella zona artica e subartica i temporali tendono a spingersi più a nord nella porzione occidentale del continente mentre a est si fermano a latitudine più bassa.
  • Si nota una correlazione molto scarsa tra catene montuose e fulminazioni. Al contrario dell’Europa le fulminazioni maggiori si concentrano in zone non montuose.
  • All’interno del Continente uno vastissima area è interessata da livelli di fulminazioni molto elevate.

Come possiamo spiegare questi punti?

  • Le coste pacifiche sono percorse da una corrente fredda ( la corrente della California) che rende il mare freddo e inibisce la convezione. L’area interna inoltre non è generalmente interessata da temporali a causa della persistente stabilità atmosferica ( anticicloni)
  • Le zone subartiche canadesi dell’ovest (es. Alberta, Manitoba e altre province delle praterie) sono continentali e quindi favorevoli alla convezione. Queste aree sono raggiunte a volte dalle correnti calde provenienti da Sud ( Golfo del Messico e Grandi Pianure degli Usa). Le zone subartiche ad est sono interessate dalla presenza oceanica dell’Oceano Atlantico e della fredda Corrente del Labrador nonchè dalle gelide acque della Baia di Hudson che rendono il clima estivo più freddo e meno adatto ai temporali.
  • I temporali negli Usa sono creati frequentemente dallo scontro tra masse d’aria di origine diversa sulle Grandi Pianure ( aria fredda dal Canada e aria calda dal Golfo del Messico) e molto meno dal sollevamento orografico.
  • Essendo le Grandi Pianure sbarrate a est e a ovest da catene montuose che corrono nel senso dei meridiani l’aria calda e umida riesce a salire indisturbata dal Golfo e a sedimentarsi sulle Grandi Pianure.

Quali sono le aree più temporalesche del Nordamerica?

Le aree più temporalesche sono la Florida, le pianure costiere del Golfo del Messico e le zone centro-orientali ed orientali di Oklahoma e Kansas.

Incredibile tornado a supercella sulle pianure del Kansas ( USA)