L’Alluvione della Valtellina del luglio 1987

Nel luglio del 1987 diverse aree dell’Arco Alpino furono flagellate da inondazioni e smottamenti, a causa di un’intensa ondata di maltempo. L’area che subì i maggiori danni fu la Valtellina, dove due frane provocarono molti morti e danni ingenti. A causa dei danni subiti dalla valle, questo evento passò alla storia come l’Alluvione della Valtellina.

Evoluzione meteorologica

I giorni precedenti l’alluvione furono caratterizzati da tempo stabile e caldo, con afa decisamente intensa. La temperatura massima raggiunta a Milano Linate fu di 32,6 gradi, valore comunque tutt’altro che eccezionale per i tempi odierni. All’epoca era però un valore da ondata di calore decisamente intensa. La dinamica meteorologica che portò all’alluvione incominciò il 15 luglio.

15 luglio

Nella giornata del 15 luglio si forma una depressione atlantica a Sud dell’Islanda, il cui minimo pressorio risulta essere di 990 hPa. Si crea quindi una saccatura che sprofonda sull’Atlantico a Ovest dell’Irlanda, dando origine a correnti occidentali che già il 15 impattano l’Arco Alpino. Questo provoca i primi temporali, con accumuli diffusi su tutta l’Alta Lombardia, anche se con quantitativi modesti (meno di 20mm). Le temperature rimangono molto alte e la pioggia cade fino alle quote più elevate (inizialmente anche sulla cima del Bernina).

16 luglio

La depressione si espande verso sud, in direzione del Golfo di Biscaglia e trasla verso occidente in direzione delle isole Britanniche. Un primo cavo d’onda raggiunge le Alpi. Piogge più consistenti interessano la Valchiavenna e le Alpi Orobie ( 35,7 mm a Chiavenna, 35 mm al Lago Venina). Le temperature calano leggermente ( zero termico a Milano Linate verso i 3800 metri).

17 luglio

La depressione scende notevolmente di latitudine, sprofondando sulla Francia (configurazione ideale per il maltempo sull’Arco Alpino). Il minimo barico si colloca al largo della Cornovaglia e le correnti si fanno sud-occidentali, diventando sempre più umide e veloci. Una serie di fenomeni temporaleschi molto intensi colpiscono la Lombardia partendo da ovest ( 125 mm al Lago Inferno in Val Gerola). Lo zero termico risale a 4000 metri ma la copertura nuvolosa e le precipitazioni abbassano le massime, diminuendo il gradiente termico verticale. Piove fino alle quote più elevate, anche sui ghiacciai e le cime.

18 luglio

Si tratta della giornata decisiva. La depressione si isola sulle isole britanniche e la saccatura associata sprofonda sul Mediterraneo Occidentale. Le correnti ruotano da SSW a SW pieno e a causa dell’aria mediterranea si arricchiscono di notevole umidità. La pressione cala ulteriormente. Si originano i fenomeni più intensi, collegati al ramo principale della depressione. In serata si hanno i picchi precipitativi orari. Le Alpi Lombarde sono colpite in serie da diversi temporali a sviluppo repentino. In alcune aree, dove molteplici temporali si susseguono per tutta la giornata, gli accumuli sono impressionanti: al Lago di Scais cadono 305 mm. Fortunatamente picchi del genere sono isolati e nella provincia di Sondrio cadono mediamente tra i 30 e i 150 mm d’acqua. In serata si forma la piena dell’Adda, che percorre la valle e la devasta.

19 luglio

Il fronte freddo transita sull’Arco Alpino tra la notte e il primo mattino. Le precipitazioni continuano con forte intensità (148 mm a Foppolo, 156 mm a Madesimo). Le temperature però, calano ( zero termico sui 3000 metri).

20 luglio

La depressione continua a rimanere stazionaria sul canale della Manica, ma si indebolisce. Le correnti rimangono sud-occidentali e questo favorisce nuove piogge ( tra i 10 e i 30 mm).

Eventi drammatici

I primi eventi drammatici avvennero il 18 luglio, il giorno in cui le precipitazioni furono più intense. I temporali, di incredibile numero e intensità precipitativa, portarono in serata a nefaste conseguenze: verso le 17.30 nel paese di Tartano una grande massa d’acqua e fango (debris flow) si abbatté sul condominio La Quiete e sull’albergo Gran Baita, portando alla morte di 11 turisti. Sempre in serata si sviluppò la piena dell’Adda, che ruppe l’argine nel comune di Berbenno di Valtellina. Berbenno e i comuni limitrofi vennero allagati. Più a valle il fiume ruppe nuovamente gli argini, allagando tutto il fondovalle tra Talamona e Morbegno. All’ imbocco dell’Alta Valle vennero evacuati i paesi di Chiuro e Sondalo così come l’abitato di Torre di Santa Maria, minacciato dal torrente Torreggio. L’evento più rovinoso si svolse però solo dieci giorni dopo, in Alta Valtellina.

Immagine della frana di Tartano

A partire dal 18 infatti, tra gli abitati di Le Prese e Cepina (comune di Valdisotto), a monte della strozzatura della valle nota come Ponte del Diavolo, si incominciarono a notare segnali preoccupanti sulla parete del Monte Zandila. In via precauzionale quindi tutti gli abitati circostanti vennero evacuati. Alle 7.18 del 28 luglio una frana gigantesca si staccò quindi dal Monte Zandila, un volume stimato di 40 milioni di metri cubi di materiale precipitò a valle, distruggendo completamente Sant’Antonio Morignone e Aquilone ( frazioni di Valdisotto). I paesi erano stati fortunatamente evacuati. Nessuno però aveva messo in conto l’onda d’urto generata dalla frana. Essa risalì il versante opposto della valle e costò la vita a 35 persone.

 In seguito alla frana si creò un’altra situazione emergenziale: lo smottamento aveva infatti fermato il fluire dell’Adda, creando uno sbarramento che si riempiva al ritmo di 2 cm all’ora. Incominciò la corsa contro il tempo per evitare la tracimazione del lago, evento disastroso che avrebbe devastato la valle. Nel mese di agosto fu completato un by-pass sotterraneo, che incominciò a far defluire le acque. Alla fine del mese però precipitazioni abbondanti fecero risalire il livello del lago ad un punto assai pericoloso. Si decise quindi per la tracimazione controllata dell’invaso. Fu deciso lo sgombero di tutti i centri abitati tra Sondalo e Sondrio e si procedette all’azione: il deflusso avvenne al ritmo di 40 metri cubi al secondo, e fortunatamente non ebbe conseguenze.

I resti della frana del Monte Zandila ( nota anche come frana della Val Pola)

Alluvioni dell’estate 1987 fuori dalla Valtellina

A causa dei danni enormi fu la Valtellina a guadagnare gran parte dell’attenzione mediatica. Nonostante questo, in contemporanea, altri eventi calamitosi colpirono altre aree delle Alpi.

Tra il 18 e il 19 luglio piogge molto forti colpiscono anche i cantoni svizzeri del Ticino e dei Grigioni. La località più colpita è Poschiavo, dove il torrente Poschiavino straripa, devastando il paese. I detriti si accumularono fino ad altezza d’uomo. Negli stessi giorni in Canton Ticino fu duramente colpita la Valle di Blenio, e in particolare il comune di Aquila.Un mese dopo, in corrispondenza del maltempo che in Valtellina portò all’aumento dell’acqua nell’invaso creato dalla frana, fu colpita duramente la Svizzera Centrale. Il fiume Reuss crebbe a dismisura, creando danni notevoli nel Cantone di Uri. Parte del terrapieno della linea ferroviaria del Gottardo fu asportato, così come parte della strada cantonale di Uri. Il fiume esondò e l’acqua ricoprì vaste parti del fondovalle.

L’alluvione nel cantone di Uri

Terremoti rilevanti del XX secolo in Italia del Nord

Curiosità
Collage fotografico del Terremoto del Friuli, il più violento del secolo

30 ottobre 1901: Un forte sisma, valutato al grado ottavo della scala Mercalli, mette in ginocchio le cittadine sul Lago di Garda, specialmente Salò.

26 ottobre 1914.:Un forte sisma colpisce la Valle del Sangone ( provincia di Torino). L’epicentro fu localizzato nel comune di Giaveno e comportò una magnitudo di 5,2. I danni furono riferibili al settimo grado della Scala Mercalli. A Cumiana quasi tutti gli edifici del capoluogo riportarono danni ingenti, mentre si ebbe un morto a Giaveno.

27 marzo 1928. Un forte sisma, dell’ottavo-nono grado della Scala Mercalli colpisce la Carnia ( Friuli). Si contano 11 morti

10 aprile 1929. Una sequenza sismica colpisce l’area pede-appenninica del bolognese. Il primo sisma avvenne il 10 aprile e causò danni a Bologna e nell’area a sud-est della città ( Castenaso, Ozzano dell’Emilia, Castel San Pietro). Il 19 aprile vi fu un’altra scossa. Un’altra, la più violenta, avvenne il 20 aprile e fu del grado 5 della Scala Richter. Questa scossa colpì invece la aree a nord-ovest della città, in particolare Monte San Pietro e la Valsamoggia.

18 ottobre 1936. Un sisma del grado 5,6 della Scala Richter colpisce le province di Belluno, Treviso e Pordenone. L’epicentro fu a Sud dell’Altopiano del Cansiglio, tra i comuni di Càneva e Cordignano. La zona subì gravi danni ( paragonabili al nono grado Mercalli), sopratutto a causa della povertà delle costruzioni nella zona. Danni ingenti anche nella parte settentrionale della Conca dell’Alpago ( 50-70% degli edifici danneggiati nel comune di Alpago). In totale si contarono 19 vittime.

Sciame sisimico del 1945: diversi sismi colpirono quell’anno l’Oltrepò Pavese e la Provincia di Alessandria. Il primo si registrò il 14 giugno e fu di grado 4,9, il secondo il 29 giugno e fu di grado 5,3. Il terzo, il 15 dicembre, fu di 4,7.

Immagine delle Val Pellice. Questa valle, insieme alle vallate limitrofe come la Valle del Chisone, la zona di Pinerolo e di Giaveno, rappresenta l’area sismica più attiva del Nord dopo le Prealpi Orientali ( Emilia-Romagna esclusa).

12 maggio e 20 giugno 1955: due eventi sismici con epicentro presso Stroppo, nel Cuneese. Il primo di magnitudo 4,7 e il secondo di 4,8. Danni leggeri ma assai diffusi nella Valle Varaita ( crolli di fumaioli, caduta di ardesie).

6 maggio 1976:Terremoto del Friuli. Il più disastroso terremoto avvenuto in Nord Italia negli ultimi 150 anni. Raggiunse il grado 6,5 della Scala Richter. L’epicentro fu localizzato tra Gemona del Friuli e Artegna. Provocò danni enormi e la perdita di 990 vite umane. E’ considerato il peggiore terremoto nel Nord Italia degli ultimi due secoli, assieme a quello che colpì l’Imperiese nel 1887.

5 gennaio 1980. Sisma colpisce la Val Sangone ( Torino) alle 15:32 locali. L’epicentro, come nel 1914, si situa nel comune di Giaveno. Si tratta del terremoto più forte avvertito a Torino in più di 100 anni. Raggiunge una magnitudo di 5. Diversi palazzi in centro a Torino sono lesionati e la popolazione fugge in strada.

15 ottobre 1996. Un sisma colpisce alle 11.56 locali la provincia di Reggio Emilia. Centri più vicini all’epicentro: Novellara, Correggio, Bagnolo. 2 morti. Diverse scosse di replica si sono susseguite per i mesi successivi.

29 dicembre 1999: terremoto del 6 grado della Scala Mercalli colpisce la Valtellina. La magnitudo Richter è valutata a 4,9. Epicentro sopra Bormio. Forte boato e grande spavento a Bormio e Santa Caterina Valfurva. Terremoto più violento registrato in Lombardia negli ultimi anni.

Immagine della Conca di Bormio, nell’Alta Valtellina. Il luogo dell’epicentro del sisma del 1999 si trova sulla montagna alle spalle del punto della fotografia.

Terremoti recenti in Italia del Nord

Curiosità
La torre di Finale Emilia crollata, simbolo della sequenza sismica del maggio 2012. Questa sequenza sismica è la più intensa in Nord Italia dai tempi del terremoto del Friuli.

Eventi sismici significativi che hanno interessato il Nord Italia dal 2000 ad oggi:

21 agosto 2000. Evento sismico colpisce il Piemonte Meridionale, in particolare le province di Alessandria ed Asti. Due scosse nel giro di pochi istanti, tra le 19:14 e le 19:15. Epicentro nel comune di Bergamasco ( Alessandria). Raggiunse una magnitudo di 4,8 sulla scala Richter. Questo sisma è uno dei maggiori mai avvenuti in Piemonte negli ultimi decenni e probabilmente il più forte di cui si abbia notizia nella Valle del Belbo.

21 luglio 2001: un sisma colpisce l’Alto Adige, nella zona compresa tra Merano e le Alpi Venoste ( zona considerata la più sismica della provincia). Il sisma colpisce alle ore 17:06 e dura circa 9 secondi. Diversi danni segnalati a Merano e zone limitrofe. Il terremoto attiva anche due frane. 4 vittime.

11 aprile 2003: un sisma colpisce la provincia di Alessandria, con epicentro 1 km a S-E di Cassano Spinola. La magnitudo è di 4,8. Particolarmente colpito il piccolo comune di Sant’Agata Fossili. Nei giorni successivi furono stimati danni per circa 80 milioni di euro, circa 300 sfollati.

Danni subiti dalla parrochiale di Sant’Agata Fossili (AL) nel sisma del 2003

14 settembre 2003: Un terremoto di magnitudo 5 è registrato 30 km a Sud di Bologna. Avvertito in tutto il Centro e il Nord Italia.

Il sisma del 2004 a Pompegnino

24 novembre 2004: Alle 23:59 di quel giorno un sisma di grado 5,2 colpisce la zona del lago di Garda. L’epicentro è situato in mezzo al lago, circa 3,3 km al largo di Toscolano-Maderno. I danni più rilevanti si hanno a Salò, Roè Volciano, Toscolano-Maderno, Vobarno, Gardone Riviera e Sabbio Chiese. Il luogo più colpito è Pompegnino ( frazione di Vobarno): questa frazione comprendeva case molto vecchie, la maggior parte gravemente danneggiata dal sisma.

23 dicembre 2008: Un sisma colpisce alle 16:24 locali la Provincia di Parma. Non causa feriti gravi, ma alcuni danni ad edifici storici, come il Castello di Torrechiara, e a diverse chiese situate nelle province di Parma e Reggio-Emilia. La magnitudo è di 5,2. Varie repliche si succedono nelle ore successive, la più intensa alle alle 22:58, di magnitudo 4,7.

27 gennaio 2012: Una scossa di magnitudo 5,4 viene registrata alle 15:53, con epicentro a Roccaferrata, nel comune di Corniglio ( sull’Appennino Reggiano). La scossa ha una profondità ( ipocentro) di ben 60 km. Questo fa si che sia avvertita in gran parte del Centro-Nord, ma al tempo stesso produce pochi danni superficiali. Questa scossa in un certo senso premonisce la sequenza sismica di maggio, che colpisce gravemente l’Emilia.

Maggio 2012 : sequenza sismica in Pianura Padana ( Emilia). La sequenza sismica che nel mese di maggio del 2012 ha interessato la pianura emiliana è certamente l’evento sismico più rilevante avvenuto in Nord-Italia dai tempi del terremoto del Friuli del 1976. Esso si può dividere in tre sequenze:

1) 20 maggio 2012: una scossa assai violenta ( magnitudo 6,1) colpisce alle ore 4.03 la bassa Modenese, con epicentro nel terriorio di Finale-Emilia ( Modena).

2) 29 maggio: una scossa di grado 5,9 colpisce la zona compresa tra Mirandola, Medolla e San Felice sul Panaro, alle ore 9:00. Seguono lo stesso giorno altre tre scosse rilevanti, di magnitudo rispettivamente pari a 5,5; 5 e 4,9.

3) 31 maggio: alle 16:58 una scossa di magnitudo 4 colpisce la bassa reggiana e l’Oltrepò Mantovano, con epicentro tra Rolo e Novi di Modena. La sera dello stesso giorno una scossa di magnitudo 4,2 è registrata a San Possidonio ( provincia di Modena).

Il periodo compreso tra il 2012 e il 2020 risulta particolarmente tranquillo dal punto di vista sismico. In questo periodo l’unico evento di rilievo si registra il 15 gennaio 2019. Quel giorno un sisma di magnitudo 4,6 colpisce la Romagna. L’epicentro si situa circa 11 km a Sud-est della città di Ravenna, vicino alla costa. Sono segnalati solo lievi danni.

Centralia: la vera Silent Hill

Pochi forse hanno mai sentito parlare di Centralia. Questa cittadina della Pennsylvania, un tempo come molte altre, versa oggi in stato di quasi completo abbandono. Perché oggi quasi nessuno vi abita più? Scopritelo in questo articolo

Centralia è ( o forse sarebbe meglio dire era) una cittadina della Contea di Columbia, nella Pennsylvania Centrale. Questa zona è stata dalla fine dell’ottocento un luogo assai attivo per l’industria mineraria e un ricco bacino carbonifero. Tutto questo cambiò a partire dagli anni 70′ e poi sopratutto negli anni 80′, quando il cuore industriale americano ( la cosidetta Manufacturing Belt) subì un processo di rapida de-industrializzazione e la conseguente perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Il disastro economico fu tanto grande che oggi l’area è nota come Rust Belt ( cintura della ruggine). Il quasi completo abbandono di Centralia non è però dovuto alla crisi dell’industria, bensì a un incendio sotterraneo di incredibile natura.

One of Few Remaining Homes in Centralia, PA | The brick supp… | Flickr
Una delle poche costruzioni rimaste a Centralia

La storia di Centralia

La storia della cittadina è indissolubilmente legata al carbone ( in questo caso antracite). Le prime due miniere aprirono nel 1856 e nel 1865 fu raggiunta dalla Lenigh and Mahanoy Railway, che trasportava l’antracite verso i mercati della Pennsylvania Orientale. Nel 1890 la popolazione raggiunse il culmine: 2761 abitanti. In quell’anno si contavano ben sette chiese, cinque hotel, ventisette saloon e due teatri; a testimoniare la prosperità della località. Nel 1927 la produzione di antracite raggiunse il culmine. La Grande Depressione, incominciata nel 1929, comportò la chiusura di cinque miniere. Molti lavoratori del carbone, per evitare di perdere il lavoro, incominciarono a scavare piccoli pozzi minerari clandestini ( fenomeno definito in inglese bootleg mining). Nel 1938 il governatore della Pennsylvania stimava che nello stato oltre 7000 minatori fossero impiegati in questa pratica illegale e che i pozzi scavati sarebbbero stati più di 1900. I successivi crolli di questi pozzi avrebbero reso le misure di contenimento dell’incendio molto più difficili.

Immagine storica di Centralia nel momento del suo massimo sviluppo

L’incendio

Tutto cominciò il 7 maggio 1962, quando il Concilio di Centralia si riunì per discutere la celebrazione del Memorial Day. Una delle decisioni prese fu quella di “ripulire” la discarica di Centralia, aperta pochi mesi prima. Questa discarica era stata aperta per evitare l’abbandono di rifiuti in maniera indiscriminata in altri luoghi della città. Il sito prescelto fu una vecchia miniera all’aria aperta in disuso, profonda circa 15 metri. Già una legge della Pennsylvania del 1956 regolava la creazione di discariche in miniere abbandonate, data l’alta pericolosità di incendio. George Segaritus, un ispettore regionale delle discariche disse riguardo al caso di Centralia che se si fosse deciso di appiccare un fuoco, il terreno sottostante avrebbe dovuto essere ricoperto di materiale non-infiammabile. Nonostante questo, le autorità di Centralia, decisero di “ripulire” la discarica bruciandone i rifiuti e la procedura iniziò il 27 Maggio.

Nonostante i tentativi dei pompieri di dosare l’incendio il fuoco bruciò per più del previsto. Alcuni giorni dopo un’apertura larga circa 4,6 metri fu ritrovato sotto la base della fossa e secondo diversi pareri da lì il fuoco si propagò ai passaggi sotterranei. Dato che il fuoco sembrava continuare a bruciare In luglio un membro del consiglio cittadino chiamò Gordon Smith, un ingegnere del Department of Mines and Mineral Industries che a suo volta chiamò Art Joyce, un ispettore minerario di Mount Carmel, il quale, portando materiale per rintracciare i gas, trovò nel grande buco elevate concentrazioni di monossido di carbonio, tipico degli incendi nelle miniere di carbone. Il 9 agosto furono rintracciate nell’aria quantità mortali di monossido di carbonio. Tutte le miniere operanti a Centralia vennero chiuse per precauzione il giorno seguente.

Tentativi di contenimento

Lo stesso anno vennero indetti due progetti per cercare di estinguere l’incendio. Nessuno dei due ebbe successo. Per molti anni l’estensione sotterranea del rogo e la sua gravità non furono ben comprese e la vita continuò più o meno come prima. L’opinione pubblica si rese conto della gravità del problema nel 1979. Quell’anno John Coddington, proprietario di una stazione di servizio, inserì un termometro nel tank sotterraneo del carburante e scoprì che la temperatura era di ben 172 gradi fahrenheit ( 77 gradi centigradi). A partire dal 1980 diverse persone incominciarono a riscontrare gravi problemi di salute a causa del monossido di carbonio. Nel 1981 un ragazzo di 12 anni cadde in un buco profondo 46 metri apertosi improvvisamente nel suo giardino. Nel 1984 il Congresso americano stanziò 42 milioni di dollari dell’epoca per aiutare le persone a trovare casa altrove. Nel 1992 tutte le costruzioni di Centralia furono sottoposte a esproprio. Nel 2002 il codice ZIP per la cittadina ( l’equivalente americano del nostro CAP) fu definitivamente cancellato.

Centralia Mine Fire: Devastation from Underground

Centralia Oggi

La popolazione di Centralia, già in declino prima del rogo, è passata dai circa 1100 residenti del 1970 ai 63 del 1990. Oggi appena 7 persone vivono a Centralia, facendone di fatto la località ( borough) meno popolosa di tutta la Pennsylvania. L’incendio è ancora attivo tuttora e si sviluppa sottoterra su una superficie di circa 15 chilometri quadrati. L’incendio si è esteso anche alla località di Bynersville che è stata abbandonata e rasa al suolo. Oggi Centralia è una strana meta turistica e molte persone la raggiungono per vedere gli effetti dell’incendio. La Pennsylvania Route 61 è oggi chiusa nei pressi della città ed è diventata negli anni un percorso gradito per i ciclisti e i pedoni. Essendo completamente ricoperta da graffiti si è meritata l’appellativo di graffiti highway.

A Visit to Centralia - A Ghost Town on Fire | PhillyVoice

Variazioni estreme di temperatura

Un caso italiano

Il 14 di Aprile del 2020, durante le ore serali, la Pianura Padana ha conosciuto un fenomeno meteorologico estremo ed interessante: una corrente fredda orientale ha portato venti di bora, provocando un vero e proprio crollo della temperatura, accompagnato da un aumento massiccio dell’umidità relativa. Emblematica la situazione a Milano, dove la temperatura è crollata di 11° in un’ora, passando dai 25° delle 17:00 ai 14° delle 18:00. L’umidità relativa è passata dal 6 al 56% nello stesso lasso di tempo. Alle 17:00 Milano si trovava sotto venti di foehn, caldi e secchi, sostituiti repentinamente dalla bora, le cui raffiche poderose hanno anche alzato un arco di sabbia e caligine ben visibile dalla città, che si è spostato da Est verso Ovest sulla Pianura Padana centrale, quasi come una tempesta di sabbia.

Il muro di polvere sollevato dalle raffiche di bora in avanzamento, visto dalle colline piacentine

Se questo crollo termico può sembrare brutale per l’Italia, in altri luoghi sono state registrate variazioni termiche tanto estreme da fare apparire questo evento recente qualcosa di assolutamente ordinario.


Tre casi estremi d’Oltre Atlantico

Il caso più straordinario avvenne il 22 gennaio del 1943 e ha dell’incredibile. Se non fosse stato registrato dagli strumenti forse molti ne avrebbero messo in dubbio la realtà. Ci troviamo a Spearfish, nel South Dakota, ai piedi delle Black Hills ( montagne famose per ospitare il Monte Rushmore). Alle 7:30 del mattino la temperatura è di -20°, due minuti dopo alle 7:32 la temperatura sale a +7, a causa del vento di Chinook. Lo Chinook è un vento che per formazione e consistenza è quasi identico al foehn alpino: un vento di caduta estremamente secco che parte freddo e che travalicando una catena montuosa si scalda per compressione e fa aumentare la temperatura sul versante sul quale discende. Alle 9:00 del mattino la temperatura sale ancora fino a raggiungere+12°. In breve tempo lo Chinook cessa e alle 9:27 la temperatura è di -20° ( 32 gradi in meno in 27 minuti). L’abbassamento di temperatura è tanto rapido che diversi vetri si rompono. Eccezionale vero? La regione della Grandi Pianure Americane è conosciuta per i propri sbalzi termici estremi, dovuti a una conformazione ed a un setting geografico unico. Il clima più estremo poi riguarda la parte di queste pianure più vicina alle Montagne Rocciose ( le cosidette High Plains) chiamate così impropriamente data la loro elevazione superiore ai 1000 metri. La storia climatica di questi luoghi ha visto diversi eventi estremi di questo tipo.

Le Black Hills del South Dakota

Il secondo caso avvenne nel 1972 a Loma, nel Montana. La temperatura passa in ventiquattro ore da -48 a + 9 gradi, sempre a causa dei venti di chinook.

Infine il terzo caso che corrisponde ad un evento relativamente recente ma che non detiene un record assoluto: il 29 novembre 2014 alla 1.35 p.m la cittadina di York (Nebraska) registra una temperatura di 81 F ( 27 ° C), il giorno dopo la temperatura alle 7.30 del mattino era di 10 F ( -12 °C), a Douglas ( Wyoming) la temperatura crollò quel mattino di 20° in un’ora e a Livingston ( Montana) di 14° in sei minuti. A Bozeman ( Montana) a circa 1000 km da York la temperatura all’alba del giorno 30 era di -30°. In questo caso il tracollo non è dovuto però a un vento, bensì a un fronte freddo e quindi effettivamente ad una massa d’aria più fredda.

Eccezionale vero?

Ozersk: la città più radioattiva al mondo

L’industria pesante sovietica ha creato durante il suo operato dei luoghi infernali, dove l’inquinamento raggiunge livelli mostruosi, al di fuori da qualunque metro di confronto. Parecchi dei siti più inquinati della Terra si trovano in Russia ma uno di essi risulta più preoccupante degli altri, per via della sinistra e unica forma di inquinamento che ospita. Si tratta di Ozersk, il luogo più radioattivo della terra.

Ozersk si trova nell’oblast di Celjabinsk, nella regione degli Urali, al confine tra la Russia Europea e la Russia Asiatica ( o Siberia). Quest’area, così come quasi tutte le terre ad est del Volga era abitata un tempo da popolazioni locali ( in quest’area i baschiri, popolazione turchica) e venne conquistata dall’Impero Russo nel sedicesimo secolo. Solo durante il diciottesimo secolo la regione fu però interessata da un’intensa colonizzazione russa. In pochi anni gli Urali, grazie a ricchezze minerarie incalcolabili (vi si trovano quasi tutti i minerali conosciuti) divennero il principale polo minerario dell’Impero.

Espansione dell’Impero Russo nella Siberia Orientale e anno di fondazione dei principali centri fortificati

Dopo la creazione dell’Unione Sovietica la regione conobbe una fortissima industrializzazione ad opera dei piani quinquennali di sviluppo industriale e questa industrializzazione crebbe ancora in seguito all’invasione tedesca dell’URSS durante la Seconda Guerra Mondiale, quando molte industrie furono spostate da occidente verso gli Urali per sfuggire all’avanzata nazista. E Fu proprio negli Urali che vennero prodotti gran parte degli armamenti che permisero la definitiva sconfitta delle armate di Hitler. Nell’area sorsero gli impianti siderurgici di Magnitogorsk, tra i più imponenti al mondo e la fabbrica di trattori di Celjabinsk ( la più grande al mondo) che durante la guerra produsse la maggior parte dei carri armati sovietici.

Gli impianti siderurgici di Magnitogorsk, i più grandi della Russia

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale la Guerra Fredda spinse i sovietici a sviluppare un imponente apparato nucleare in competizione con gli Stati Uniti. Tra il 1949 e il 1991 quantità incalcolabili di denaro vennero spese nel programma nucleare sovietico, che produsse in questo periodo circa 55.000 testate nucleari. L’industria pesante, unita alla produzione nucleare, ha lasciato profonde tracce sull’ambiente degli Urali, uno dei più compromessi a livello globale e ha prodotto dei casi di inquinamento al limite del paradossole. Per quanto riguarda l’inquinamento radiattivo, nessun luogo ha pagato un prezzo più alto di Ozersk, la città più radioattiva della terra.

Ozersk fu il primo luogo al mondo, insieme a Richland ( stato di Washington, Usa) a produrre plutonio per le bombe atomiche. Fino al 1994 in realtà Ozersk effettivamente non esisteva neppure. Certamente esisteva nella realtà, ma nella pianificazione sovietica e per il mondo al di fuori di essa era un luogo inesistente. Fino a quell’anno fu conosciuta come Celjabinsk-65 o Celjabinsk-40 ( oltre che come Città-40, Grad 40) ed era una città segreta. Per chi volesse approfondire su Netflix è presente un documentario chiamato “City-40” al riguardo. Nel 1994 ne fu riconosciuta l’esistenza e gli venne dato lo status di città, nonchè il nome di Ozersk. Nonostante questo la città rimane ancora oggi una “città chiusa” e gli stranieri non vi sono ammessi. Ciò è dovuto alla presenza dell’impianto di Mayak ( “faro” in russo) che produsse gran parte del plutonio dell’Unione Sovietica e che ancora oggi è attivo per il riprocessamento dei rifiuti radioattivi e del materiale delle testate nucleari decommissionate. Oggi l’impianto copre 90 chilometri quadrati e impiega 15.000 persone, ma in passato furono certamente molte di più.

Decine di anni di produzione di plutonio su larghissima scala, uniti alla scarsissima considerazione delle autorità sovietiche per l’ambiente e la salute dei cittadini hanno creato qui un ambiente radioattivo senza paragoni nel mondo. Tra il 1945 e il 1957 gli scarti della produzione nucleare e i rifiuti radioattivi furono scaricati senza alcun trattamento preliminare direttamente nell’area intorno agli impianti e nel fiume Techa, un fiume a lento scorrimento . Circa 124.000 persone a valle del rilascio furono interessate da livelli insostenibili di radioattività.

Il luogo che più di tutti simboleggia però i livelli spaventosi di inquinamento radioattivo qui raggiunti è il Lago Karachay, nei pressi di Mayak, che fu usato per decenni come destinazione finale per lo scarico dei rifiuti radioattivi. Il lago ha accumulato nel corso del tempo 4.4 exabequerel ( Ebq)di radioattività. Il disastro di Chernobyl, a paragone, ha liberato tra i 5 e i 12 Ebq di radioattività. Di questi però solo 0.085 Ebq erano costituiti da cesio-137 ( composto radioattivo più contaminante, che si deposita nei terreni) mentre gli altri erano formati da composti volatili che non sedimentano sui terreni. Nel lago Karachay invece ben 3,4 Ebq ( la maggior parte della radioattività presente) è composta da cesio-37, una quantità 40 volte superiore a quella rilasciata dal disastro di Cernobyl. Aggiungiamo poi che la radioattività di Cernobyl ricadde su un’ampissima fetta di territorio, mentre il Lago Karachay misura poco più di un chilometro quadrato di estensione. Questi crudi dati ci fanno capire l’estensione del disastro.

Immagine satellitare che mostra il Lago Karachay

La città di Ozersk e il complesso di Mayak sono poi tristemente famosi per le decine di incidenti nucleari avvenuti nel corso degli anni, con rilascio di enormi quantità di radioattività nell’aria. Il peggiore di questi incidenti avvenne nel 1957 ed è conosciuto come il disastro di Kytshym ( all’epoca la città conosciuta più vicina al luogo del rilascio). Il 29 settembre di quell’anno un contenitore di circa 70-80 tonnellate di materiale radioattivo esplose, portando a una ricaduta radioattiva che interessò una popolazione di circa un milione e mezzo di persone. L’incidente è oggi considerato come il terzo peggiore nella storia dell’energia atomica, dopo quello di Cernobil del 1986 e di Fukushima nel 2011 e classificato come un incidente di grado 6 sulla scala dei disastri nucleari che va da 0 a 7.

Nel 2017 purtroppo Mayak ha ancora un’altra volta fatto parlare di sé. Tra l’ottobre e il novembre di quell’anno infatti diversi istituti di ricerca europea hanno registrato sui loro territori livelli di radioattività ben maggiori di quelli ordinari, in molti casi i più alti dai tempi del Disastro di Cernobyl. In particolare è stato rilevato un aumento esponenziale della concentrazioni di rutenio-106. A inizio 2018 e poi ancora nel 2019 diverse ricerche hanno concluso che l’origine del rilascio si trova negli Urali Meridionali, dove è situato il complesso di Mayak. Ci sono possibilità molto alte che il rilascio di materiale radioattivo si sia originato proprio a Ozersk, anche se le autorità russe non hanno mai confermato il fatto.

Il caso di Ozersk dimostra come a scopi militari e di difesa spesso le normali procedure ambientali e di sicurezza della popolazione possano essere messe da parte nel modo più spietato. Bisogna però altresì considerare come la situazione di Ozersk sia stata resa così estrema da una feroce dittatura e da un governo totalitario pronto a fare qualsiasi cosa per il perseguimento dei suoi obiettivi.

Norislk: una città di estremi al limite del Mondo

Norilsk è una città russa situata nel Krai (regione) di Krasnojarsk, in Siberia. Per certi aspetti questa città è surreale e rappresenta forse più di qualunque altro luogo la tenacia ma anche la distruttività dell’uomo. Tutto è estremo a Norilsk e le condizioni in cui la popolazione vive ne fanno forse il luogo meno ospitale della terra.

Norilsk è situata nel cuore della Siberia, a 69 gradi di latitudine Nord ( più o meno alla stessa latitudine dell’estremo Nord scandinavo), in una posizione estremamente remota. Si i trova infatti a 1500 chilometri in linea d’aria dalla grande città più vicina ( Krasnojarsk) e non ha collegamenti diretti con nessun’altra città nè tramite strada ne tramite ferrovia ( se si eccettua la ferrovia mineraria che collega Norislk con il porto di Dudinka, sul grande fiume Yenisei), essenzialmente usata per il trasporto del minerale. Con 170.000 abitanti è la città più a nord della terra e la seconda città più grande all’interno del Circolo Polare Artico, dopo Murmansk ( sempre in Russia). Con un’altra città siberiana ( Jakutsk) condivide anche un altro primato: entrambe sono le uniche grandi città costruite completamente su permafrost ( suolo perennemente ghiacciato).

Le condizioni ambientali qui sono a dir poco estreme. A livello climatico gli inverni sanno essere spietati: la temperatura frequentemente scende fino a -50 gradi e la neve permane al suolo per otto mesi all’anno. Durante la stagione invernale le temperature minime medie si aggirano sui -30 gradi mentre la temperatura massima sale sopra lo zero solo a fine maggio. Durante l’inverno si ha il fenomeno della cosiddetta “notte polare”, il sole infatti non sorge mai in un periodo compreso tra il 30 novembre e il 13 gennaio, mentre in estate al contrario il sole permane sempre sopra l’orizzonte per la stessa durata di tempo Come se non bastassero le sfide della natura la città deve sopportare anche gli attacchi del genere umano. La città è infatti uno dei più grandi centri minerari al mondo e si trova letteralmente sopra i depositi di nickel e palladio più grandi della terra.

La nascita ed esistenza stessa di Norilsk si deve all’industria estrattiva e si lega ad una delle pagine più buie della storia umana. Questa città nasce infatti ufficialmente nel 1935 come complesso minerario legato al sistema dei Gulag, come base di un esteso sistema detentivo chiamato Norillag. Il sistema Norillag fu operativo dal 1935 al 1956 e negli anni 50′ arrivò ad avere oltre 70.000 internati. Dopo la dissoluzione del sistema dei gulag nel 1957 in seguito alla morte di Stalin molte persone rimasero legate al lavoro nel complesso minerario, continuandone la produzione di nickel. Fino al collasso dell’Unione Sovietica la produzione era in mano allo stato. Dopo il 1989 i complessi industriali vennero comprati a buon mercato da personaggi emblematici, diventati in poco tempo enormemente ricchi (spesso definiti con il nome di oligarchi). Oggi Norilsk è il principale produttore di nichel al mondo e la produzione è in mano a Norislk Nickel, azienda controllata dal miliardario Vladimir Potanin, oggi il qurantunesimo uomo più ricco del mondo.

Con il passare degli anni la produzione industriale di Norilsk continuò ad aumentare. Gli impianti, giganteschi, rimasero però sempre datati e obsoleti e lo sono ancora oggi. Decenni di attività siderurgica dissennata hanno creato uno degli ambienti più tossici al mondo e la città è considerata da alcune istituzioni (come il Blacksmith Institute di New York) come una delle più inquinate a livello globale. Secondo alcune stime gli impianti di Norislk sarebbero responsabili di circa l’1% di tutta l’anidride solforosa immessa nell’atmosfera a livello globale. Secondo il servizio di statistica russo, nel 2017 Norislk ha emesso nell’atmosfera 1798 milioni di tonnellate di inquinanti a base di carbonio, una quantità sei volte maggiore di quella della seconda città più inquinante ( Cherepovets, centro dell’industria chimica e siderurgica nella regione del Volga).L’emissione di grandi quantità di anidride solforosa si traduce in effetti devastanti come smog e piogge acide. Intorno alla città in molti luoghi la vegetazione risulta completamente morta a causa dell’acidificazione dei terreni. La contaminazione da metalli pesanti è stata così massiccia che oggi è economicamente fattibile usare il terreno per l’estrazione di minerali a cielo aperto.

Il paradosso più grande è però quello che Norislk è difatto una grande macchia nel bel mezzo di un tessuto incontaminato. A poche decine di chilometri dal suo inferno si trovano ambienti vergini, quasi neppure sfiorati dalla mano dell’uomo. Nei pressi della città sorge i l’altopiano di Putorana, che contiene la Riserva Naturale Putorana, estesa per 18.000 chilometri quadrati ( l’equivalente del Lazio). Questa riserva contiene numerosi laghi, cascate e ospita il branco di renne selvatiche più grande del mondo. Come raramente altrove inferno e paradiso sono qui talmente vicini da toccarsi.

Potrà mai Norislk liberarsi dal suo pesante fardello ambientale? Nel 2017 la compagnia Norislk Nickel ha deciso un investimento di 14 miliardi di dollari fino al 2023 per ridurre del 75% le emissioni di anidride solforosa e diossido di zolfo. Questo contribuirà a ridurre notevolmente l’acidificazione e le sostanze nocive presenti nell’aria. Nonostante questo i danni ambientali sono così profondi e radicati nel tempo che servirà un’opera di bonifica impensabile per migliorare radicalmente le cose. E probabilmente questo luogo non tornerà mai al suo stato primordiale.